So che il primo ricordo che ho di questo sogno non è l’inizio ma non riesco proprio a recuperare nulla di ciò che lo precede. Mi trovo in un centro commerciale piuttosto grande, forse sto raggiungendo Paolo, ma non ne sono certo. I ricordi cominciano da quando mi trovo a camminare sotto a delle zone adibite a giochi per bambini. Queste zone hanno dei teli elastici trasparenti su cui i bimbi possono saltare e sono pieni di ragazzini festosi. Ogni tanto, mentre cammino sotto questi tappeti elastici, do una spinta in più a qualche bimbo poggiando le mani sotto al tappetino (che si trova poco sopra la mia testa), dove vedo comparire dei piedini. Questo gesto è in parte un dispetto ma forse in parte maggiore una “sorpresa”; un modo per farli divertire ancora di più, consentendogli di fare dei salti più in alto senza nemmeno sapere perché: l’intervento inatteso di un adulto che agevola la vita di un bambino.
Nel frattempo continuo a camminare e attraverso varie zone di questo centro commerciale. Incontro spazi che somigliano a negozi, forse cinema, una palestra. Mentre mi allontano da quest’ultima noto che mi si affianca un uomo più o meno della mia età, palesemente un istruttore di fitness, probabilmente un life-coach. Quest’uomo non è lì per caso ma è stato inviato lì per cercare me. Lo manda mio zio Pippo, che lo ha implorato di convincermi ad iscrivermi in palestra.
Mentre camminiamo (lui a volte mi affianca, altre mi precede e cammina all’indietro per volgere lo sguardo verso di me) quest’uomo mi fa notare quanto io sia ingrassato e mi fa riflettere su quanto ciò sia un rischio per la mia salute. Fra me e me penso che ho visto persone ben più sovrappeso di me campare benissimo ma non lo dico ad alta voce, perché anche io vorrei tornare normopeso e riprendere la forma fisica di un tempo.
Il coach continua a cercare di convincermi e alla fine capisco che lui non è al corrente del tipo di vita che faccio e del fatto che non ho tempo per allenarmi. Comincio quindi a parargli e improvvisamente mi trovo sul terrazzino della casa di Torremezzo (in Calabria), e lo guardo dall’alto, lui è in basso, negli spazi condominiali fra le palazzine. Comincio a spiegare che forse Pippo ha omesso di dirgli qualcosa di importante e che non gliene faccio una colpa perché in questi anni molte persone hanno avuto difficoltà a comprendere profondamente il tipo di vita che sto vivendo, persino mio padre che ancora oggi a volte mi invita ad eventi serali o a cena a casa sua, dimenticandosi che io dopo le 20 sono incatenato a casa, alle mie responsabilità.
Continuo facendo chiarezza sul mio impegno con mamma, sul fatto che occuparmene è di fatto una rinuncia al resto della vita. Nel sogno gli dico testualmente “io vivo dalle otto alle otto” (la realtà è che dalle otto alle venti sono coperto dall’assistenza domiciliare ed è dalle venti alle otto che assisto mamma).
Ma è anche vero che dalle otto alle diciotto lavoro e che comunque anche nella fascia oraria coperta dall’assistenza io vengo tirato in ballo molto spesso dagli operatori, quindi di fatto non stacco mai davvero. Aggiungo che sono stato sportivo e molto e praticavo arti marziali e finalmente vedo dell’empatia nel suo sguardo quando gli dico che uno dei miei sogni era quello di diventare istruttore di arti marziali a mia volta ma poi la vita lo ha reso irrealizzabile. Il coach finalmente comprende e se ne va.
Mi giro verso destra e nel terrazzino dell’appartamento affianco vedo mamma in piedi vicino a Grandma, che invece sembra su una carrozzina o comunque inabile e non “presente”. Non mi stupisco di vedere mamma in piedi anche se al contempo sono consapevole del fatto che sia malata. In qualche modo nel sogno le faccio una breve concessione dall’immobilità cui la malattia la costringe da anni. Lei mi racconta che si sta a sua volta prendendo cura di sua madre, e che le ha appena tagliato i capelli e le ciglia, “perché le sue ciglia sono affette da una rarissima malattia genetica ” e poi ridacchia.
Lo sguardo è spento, offuscato. Capisco che aveva bevuto ma per quanto mi faccia soffrire, questa volta non mi sento di giudicarla perché mi rendo conto che dover gestire una madre in quelle condizioni sia un peso enorme. Ciononostante mi rattristo, come sempre quando la vedo ubriaca. Appena finito di parlare mamma prende le ciglia appena tagliate e disegnando un arco col movimento del braccio le getta dal terrazzino ma…perde l’equilibrio e il terrazzino non ha una ringhiera quindi casca giù a peso morto.
Urlo disperato, con la consapevolezza che da una caduta simile non può essere uscita indenne, soprattutto perché incapace di pararsi la testa con le braccia e la maledico perché so che ha perso l’equilibrio solo poiché è ubriaca.
Nonostante la disastrosa caduta vedo che una volta a terra mamma muove un po’ il capo e la sento chiamare aiuto. Le urlo che sto arrivando, chiamo aiuto anche io a mia volta e nel frattempo mi precipito verso le scale per soccorrerla. Mentre corro nel corridoio di casa vedo aprirsi la porta di una delle stanze da letto e immagino che sia Paolo che attratto dalle mie urla sia venuto ad aiutarmi ma non mi fermo a verificare né a dare spiegazioni: spero che capisca da solo.
Prima ancora di arrivare al corpo di mamma chiamo il 113 (e lo chiamerò più volte in seguito) ma a quanto pare in Calabria a questo numero non risponde nessuno. Provo allora a chiamare il 118 e a quel numero risponde la redazione locale de “Il Messaggero”.
Insomma non sembra essere possibile chiamare un’ambulanza.
Vedo altra gente assieparsi intorno al corpo e cercare maldestramente di aiutare. Finalmente raggiungo mamma ma mi accorgo che nel frattempo un tram le è passato sopra e mancano pezzi del suo corpo.
Comincio a cercarli e nel frattempo continuo a cercare di contattare i soccorsi.
Ricevo a mia volta una telefonata di una ragazza che inizialmente sembra volermi consolare e lo fa dicendo una cosa che però trovo estremamente fuori luogo: “Beh dai, almeno non ha dovuto fare il tampone per il COVID”. La sento ridacchiare al telefono e mentre stacco l’orecchio dall’auricolare sento che il suo fidanzato, in macchina con lei, la rimprovera.
Continuo a cercare e ad un certo punto non so come mi ritrovo in una specie di stanza di un albergo etnico (ma elegante) in cui incrocio Annamaria e Maurizio. Credo che Annamaria mi dica qualcosa ma non ricordo che cosa di preciso. La sento vicina però: è di conforto. Forse è lei a comunicarmi che “i pezzi di mamma sono stati ritrovati” o forse semplicemente la notizia mi arriva mentre sono nella loro stanza.
Usciamo assieme e proprio di fronte alla stanza, in strada, troviamo una grossa scatola di legno che ricorda i contenitori dei prestigiatori, quelli in cui s’infilano le assistenti prima d’essere tagliate in più pezzi e in effetti nel contenitore ci sono i pezzi del corpo di mamma.
Il busto è poggiato in cima, con le braccia e le mani attaccate e noto con orrore che qualcuno, un po’ come i becchini fanno quando devono “comporre” la salma per renderla presentabile, aveva realizzato dei bruttissimi, tamarrissimi tatuaggi con l’henné nero sulle mani delicate di mamma: stelle, figure geometriche, nere, bruttissime e soprattutto lontanissime dai gusti estetici di mamma.
Le afferro le mani e osservandole mi ritrovo a pensare che non si meriti anche questo sfregio, dopo tutto quello che ha passato negli ultimi anni della sua vita, ma al contempo mi consolo ricordandomi che ormai lei non può più accorgersi di questo schifo, che questo è un dolore solo mio da cui lei per fortuna è finalmente esentata.
Poco sotto al busto, in uno scaffale intermedio sono poggiati i piedi e forse le gambe. Della testa nessuna traccia.
Continuo a tenerle le mani, che un tempo mi avevano dato carezze e che ora erano prive di vita e orrendamente deturpate e mi sento un po’ confuso: in parte felice che il suo trapasso sia stato veloce, in parte arrabbiato perché lo si sarebbe potuto evitare, in parte colpevole nei confronti di Mauro che riconosco subito fra le persone accorse e e che sento essermi vicino. Colpevole perché non sono stato in grado di proteggere “la bimba” in un momento di debolezza, e di controllare che nessuno “vandalizzasse” il suo corpo così.
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